Progetto BoulSat: diario della prima fase operativa
by
rph
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last modified
2006-11-15 14:42
diario degli eventi che hanno caratterizzato la prima fase
Premessa
Il progetto BoulSat è nato da un'esigenza del Centro Sviluppo Umano di Viareggio. In quanto sostenitori dell'associazione locale Nasongdo, avevano principalmente bisogno di comunicare con le persone di questa associazione, di scambiare regolarmente documenti, posta elettronica, niente di più normale insomma... La situazione in Burkina però vede una struttura di telecomunicazioni basata su ponti radio a vista. Questo, da una parte limita la banda disponibile per lo scambio di dati e, dall'altra rende le comunicazioni molto instabili - se non praticamente impossibili - in caso di maltempo. Il CSU ci ha quindi contattato e chiesto se potevamo occuparci del reperimento e dell'installazione di una parabola satellitare che garantisse un minimo di connettività ad internet.In Italia, o meglio, in Vaticano, abbiamo acquistato l'antenna presso la Signis, una ditta che fornisce materiale per telecomunicazioni alle associazioni umanitarie. Questa, assieme a molto altro materiale umanitario, è stata spedita tramite container da Livorno per Abidjan, in Costa d'Avorio e poi via treno a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. (Link al progetto tecnico)
L'arrivo in Burkina Faso
Boulsa è una cittadina a 180km a NE della capitale, in una zona subsaheliana. L'associazione Nasongdo vi ha sede e al suo interno è stata allestita una saletta informatica ad uso del personale dell'associazione con materiale di provenieza trashware. Questa è gestita dal buon Innocent Zongo il quale, appena arrivati, ci ha accolti col suo solito calore. Assieme a lui abbiamo scelto il posto migliore per posizionare l'antenna e chiesto a Pascal Tiendrebeogo, responsabile del - diciamo così - genio civile locale, di reperirci un tubo dal diametro di 3" (76mm per intendersi) da ancorare lungo il muro di uno dei piccoli edifici dell'associazione, di modo da costituire il supporto dell'antenna. Chiaro è che un tubo del genere non si trova così facilmente da quelle parti, ma ciò che non manca di sicuro è l'inventiva: è stato infatti smantellato un vecchio palo dell'elettricità per saldarci poi sopra un tondino arrotolato di modo da portarlo alla dimensione giusta. Certo, dava un po' di fastidio in fase di regolazione dell'azimuth, ma si poteva fare anche con quello. Non parliamo poi dei fori fatti senza trapano, ma anche li alla fine tutto era più solido di quanto ci si potesse aspettare.
L'attesa del materiale...
Dopo una settimana di attesa, la situazione era diventata improponibile, tanto più che anche la compagnia aerea Point-Afrique ci stava mettendo del suo: vista l'impossibilità di organizzare il charter per il giorno prestabilito del ritorno, questo era stato anticipato di due giorni.
Di ritorno a Ouaga: alle prese con la burocrazia burkinabé 
A quel punto non c'era più molto da fare: con Libertario e Federico abbiamo deciso di tornare indietro nella capitale e raggiungere Stanislas Ouedraogo, un dipendente di Terres des Hommes che Silvano Orlandi (presidente del CSU) aveva incaricato per svolgere le funzioni di sdoganamento del container. Siamo arrivati a Ouagadougou la mattina presto del lunedi e, appena incontrati con Stanislas, siamo subito partiti alla volta dell'Ocades, la sede della Caritas internazionale, a cui il CSU fa fede per la spedizione dei container. Li ci hanno subito detto che non era arrivato assolutamente niente, né il container, tantomeno il pacco in DHL. L'abbé Isidore, direttore dell'Ocades, ci ha illustrato le tediose procedure e i lunghi tempi di sdoganamento e ha incaricato il suo tuttofare Jean Paul Monet per vedere di rintracciare il container alla dogana. Come inizio non era sicuramente dei più incoraggianti...Il primo giorno in capitale non è stato molto divertente: il caldo umido misto allo smog della seconda città al mondo per densità di motorini non aiutavano certamente a svolgere tutte le cento commissioni che dovevamo fare. La sorpresa più grande l'abbiamo avuta comunque il secondo giorno: abbiamo incontrato Jean Paul Monet, il quale ci ha comunicato che il container poteva essere rintracciato, ma che per sdoganarlo ci sarebbero state alcune spese. Quali spese? abbiamo chiesto. Noi abbiamo pagato affinché il container arrivasse da Livorno, fino alla stazione di Ouaga, tutto compreso... E li, parlando come chi non si vuol fare evidentemente capire, ci ha stilato una lunga lista di operazioni di movimentazione del container che erano apparentemente essenziali. Ogni operazione aveva il suo importo e il totale richiestoci ammontava a più di 600 euro... Niente, non c'era niente da fare, nonstante le proteste, non avevamo scelta: o pagavamo o del container proprio non se ne parlava. Al che ci siamo consultati telefonicamente con Silvano e abbiamo deciso di sottometterci a questa richiesta, anche perché il container conteneva materiale che stavano aspettando alcuni dottori partecipanti ad un progetto in collaborazione con Malattie Infettive di Pisa... La cosa buffa e triste in tutto ciò è che, una volta dati i soldi, sono bastate tre ore affinché ci venisse detto che il container era pronto da alcuni giorni e ci aspettava al passo successivo: la dogana... Nel frattempo comunque era arrivato anche l'LNB col corriere (grazie Signis!!), quindi almeno la vicenda stava assumendo un tono positivo. Ma il giro di corruzione non era ancora finito. Parte dei soldi che avevamo elargito al sig. Monet sono infatti finiti nelle tasche dei doganieri, il cui lavoro pareva consistere nello snocciolare arachidi e bere birra seduti nei maquis ouagalesi infestati dalle mosche. Per legge ci vogliono tre giorni a sdoganare un container e loro non erano di certo interessati a mettercene di meno. Il fatto di essere bianchi non facilitava assolutamente la faccenda, in quanto visti come vasetti di miele ambulanti.